Critiche

I luoghi e le opere de iguarnieri

 

Quasi a voler emulare l’idea del corridoio vasariano che collega Palazzo Vecchio e gli Uffizi a Palazzo Pitti traversando l’Arno, un ponte ideale unisce i due luoghi fiorentini de iguarnieri, di là e di qua dal fiume: Porta san Niccolò e via dei Rustici. Lì la storica bottega, il luogo del fare, dove computer e strumenti tecnologici convivono con le antiche macchine e gli attrezzi per il lavoro del legno, segni evidenti di un’esperienza artigiana che vive da generazioni, dove si avverte l’odore di trucioli, di colle, di vernici per dipingere, dove i quadri sono appoggiati alle pareti o lasciati asciugare al sole lì fuori, sul parapetto dell’Arno, dove si respira ancora l’aria di una Firenze orgogliosa di una sua identità, senza falsi belletti.

In via dei Rustici, all’ombra di Palazzo della Signoria, ma in un luogo inusualmente fuori dalle scie distratte dei turisti che affollano le vie circostanti, lo studio galleria, il luogo del mostrare, dove le opere esposte dialogano fra loro e con la location che le ospita: un antico fondo la cui struttura trecentesca, con tanto di colonne in pietra serena che affiorano dalle pareti, è trasformata e arredata con il gusto raffinato e la competenza di architetti e designer contemporanei che è certo una delle frecce più significative all’arco della creatività de iguarnieri.  Due luoghi, ma in realtà un unico luogo ideale che dichiara esemplarmente una vocazione a voler attingere a una storia e una tradizione condivise, a quel territorio di confine tra arte e artigianato, tra invenzione, tecnica e capacità del fare che da sempre ha caratterizzato l’eccellenza della produzione artistica fiorentina, senza rinunciare, tuttavia, a misurarvisi con il linguaggio e gli strumenti della contemporaneità.

Non c’è niente di nostalgico in questa idea di rilettura della tradizione, niente atmosfere seppia e ammiccamenti verso territori di un passato idealizzato da resuscitare. Ciò che emerge dai luoghi e dalle opere de iguarnieri sono i frutti di una ricerca da tempo intrapresa volta a rileggere, interpretare, manipolare sulle corde della loro peculiare sensibilità contemporanea e di moderni strumenti tecnologici, tecniche ed espressioni della nostra storia artistica.

Chi, come me, ha avuto la fortuna di conoscere iguarnieri fin dai loro esordi, rimane colpito dal loro percorso artistico che ha goduto di una straordinaria evoluzione, e al tempo stesso si è caratterizzato per una coerenza di idee e di motivazioni. Ciò, lungi dall’essere una contraddizione, contraddistingue, viceversa, l’artista e il suo modus operandi, e dà spessore alle espressioni della sua creatività.

Nelle loro opere vi è il lavoro sulla grafica antica, che sollecita ad accentuare l’essenzialità del segno, a giocare sugli effetti del monocromo, a riprodurre in grandi formati e con tecniche di pittura murale opere in piccolo pensate per il delicato supporto cartaceo, sortendo un effetto spiazzante; vi è la sfida a rileggere opere famose dell’arte fiorentina consumate dalla continua riproposizione in immagini fatta dai media, ripresentandole magari per brani e prospettive inusuali o con effetti e tecniche che ne cambiano la resa espressiva e ne fanno creazioni originali; vi è la rilettura del corpo o di semplici oggetti con tagli peculiari e interventi materici, con ingigantimenti che rievocano le sperimentazioni della pop art; vi è la liricità di paesaggi e marine giocate su effetti cromatici, e, ancora, l’essenziale evocazione di immagini astratte per suggestivi accostamenti di linee, colori, materiali. E tutto sempre attraverso il medium di un  segno espressivo e sintetico, che diviene traccia interiore scavata su una materia densa e stratificata che quasi si plasma, che si addensa o incrina la sua compattezza  in una rete di crettature; mediante la combinazione di materiali diversi, dai più semplici e ruvidi come il legno, alle preziose placcature in foglia d’oro che rimandano al Trecento o all’Art Nouveau.

Di luoghi, in realtà, iguarnieri ne hanno ormai diversi in giro per il mondo, come i grandi ambienti con allestimenti di pittura murale creati a Vancouver e a Mosca, per dir solo dei più significativi. Ma c’è un luogo, in particolare, che certo rappresenta una tappa fondamentale della loro crescita artistica e di cui anche nella bottega e nello studio dei Rustici si possono trovare tracce significative nei modellini e nelle elaborazioni creative, che hanno portato a definirene la realizzazione: si tratta de Le genti, l’istallazione scultorea per la rotonda di Barberino, del 2007. Qui, nelle sculture che rappresentano i diversi tipi umani, i materiali si moltiplicano, ognuno scelto per esaltare con la propria forza espressiva e la lavorazione effettuata che cattura la luce  e la restituisce con effetti variati, una particolare cifra umana, il femminile e il maschile, il giovane e il vecchio, lo spirito, la carne, il bianco, il nero, la dolcezza e l’aggressività … Qui le opere interagiscono con il paesaggio circostante, con la prospettiva delle strade, si ergono come monoliti che affiorano da un ‘passato contemporaneo’ o da una ‘contemporaneità antica’, stringenti nei temi dell’integrazione e della convivenza delle genti, assertivi come gli idoli delle culture arcaiche, mutevoli nel loro variare ad ogni stagione e ora del giorno, ad ogni diversa visione prospettica.

E’ un tracciato che si ricompone e che, attraverso l’aura dei luoghi e delle opere, parla di una Firenze e di artisti che hanno molto da dire.

Nadia Bastogi (Storica dell'arte)

 L'arte dei Guarnieri: Un intrigante mélange di astrazione e figuarazione

 

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando ho incontrato per la prima volta Roberto e Rodolfo Guarnieri nella loro “bottega” fiorentina di lungarno Cellini. Non ricordo per quali vie ci siamo conosciuti ma rammento nitidamente la visita nel suggestivo laboratorio dove si respirava un'aria fuori dal tempo. Nel corso di quell'incontro mi raccontarono la storia della “ditta” e il lavoro che vi si svolgeva dal 1944. Quando stavo per andarmene, quasi scusandosene, mi accompagnarono in un  fondo attiguo al laboratorio dove mi mostrarono alcuni lavori che erano intimamente legati al loro “mestiere” quotidiano di artigiani ma che, allo stesso tempo, esulavano completamente dai manufatti eseguiti a regola d'arte che avevo visto in precedenza.

Si trattava, infatti, di  realizzazioni del tutto originali frutto sì della loro perizia tecnica ma, soprattutto, che rappresentavano totalmente l' espressione della loro vena artistica, del loro ingegno e della vasta cultura accumulata in anni di studio alla facoltà di Architettura (Roberto) e alla scuola d'arte di Porta Romana (Rodolfo).

Ne fui letteralmente folgorato perché mi trovavo davanti ad opere assolutamente uniche che si rifacevano alla lezione di tanti maestri del passato remoto e recente ma che non avevano nessun riferimento con correnti artistiche ben individuate né mutuavano temi o soluzioni espressive riconducibili a celebrati artisti contemporanei. Chiesi a chi fossero attribuibili le singole opere e, sorprendentemente, appresi che entrambi ne erano coautori in totale sintonia d'intenti e, quindi, non vi erano parti realizzate specificatamente dall'uno o dall'altro. In ognuna di esse, ciascuno dei due aveva portato il proprio estro, la propria fantasia, il proprio bagaglio culturale maturato autonomamente in ambiti diversi ma cementato dalla frequentazione della bottega paterna e dalla comune passione per il legno in tutte le sue declinazioni.

Non è frequente, ma nemmeno rarissimo, trovarsi davanti a fratelli coautori: è accaduto e accade in cinema, in teatro e in letteratura; è molto più difficile che avvenga nel campo dell'arte dove è quasi impossibile ideare e poi realizzare quadri o sculture in perfetta simbiosi creativa e compositiva.

La prima cosa che suggerii fu quella di mostrare i lavori ad un critico d'arte che fosse in grado di analizzarli ed esprimere un giudizio con molta più competenza; dopo, avremmo valutato, insieme, l'opportunità di allestire una mostra. Per questo stabilii un contatto col professor Giampaolo Trotta il quale, come era successo a me, rimase piacevolmente sorpreso nello scoprire la qualità e l'unicità di quanto gli fu mostrato tant'è che prese l'impegno di presentare i Guarnieri in occasione della mostra del debutto che si tenne nel dicembre del 2010 in una splendida location del Chianti, Villa La Montagnola. Nei dieci anni che ci separano da quell'evento, ho costantemente seguito la produzione artistica e le numerose esposizioni di Roberto e Rodolfo e ne ho testimoniata la inarrestabile ascesa nei servizi televisivi a loro dedicati dalla rubrica Incontri con l'arte di Toscana Tv raccogliendo giudizi espressi da illustri critici quali Pierfrancesco Listri, Maurizio Vanni, Carlo Cinelli e molti altri che, unanimemente, hanno tessuto gli elogi nei confronti di un'arte che non ha uguali, che è unica nel suo genere , che riesce mirabilmente a coniugare tecniche antiche – come l'affresco inciso, l'encausto o il graffito – con temi contemporanei dando vita ad un intrigante mélange di razionale e irrazionale, di geometria e informale, di astrazione e figurazione, di classicità e pop art. Nelle composizioni dei Guarnieri c'è soprattutto Firenze, vi sono gli echi del periodo rinascimentale, ci sono Masaccio e Masolino, c'è la cupola del Brunelleschi, ci sono Botticelli e Donatello, c'è Michelangelo ma c'è anche il divisionismo e il futurismo. E come non poteva, questa forma di espressione artistica così ricca di rimandi, non essere apprezzata all'estero dove i due artisti fiorentini sono stati più volte chiamati a rappresentare la loro arte ma anche la nostra cultura (è avvenuto nel 2007 a Mosca e nel 2008 a Vancouver). Ma anche in Italia non sono mancati i riconoscimenti ufficiali da parte delle istituzioni; infatti, il Comune di Barberino di Mugello ha voluto impreziosire la transitatissima rotatoria d'accesso al paese con una serie di sculture dal titolo “Le Genti”. Si tratta di statue arcaiche che sembrano uscite dalla nebbia dei secoli, figure ieratiche dai tratti stilizzati che evocano trascendenza e spiritualità.

Oggi, dunque, sono orgoglioso di essere stato il primo a credere in Roberto e Rodolfo e a spronarli ad affrontare il giudizio della critica e del pubblico, e mi attribuisco, in minima parte, un po' di merito del loro ormai consolidato successo.

 

Fabrizio Borghini

 

 di Enrico Zoi

C'era una volta il prìncipe. Ma non è una fiaba quella che stiamo scrivendo. È la narrazione semiscientifica di una realtà che ha attraversato l'arte fiorentina tra Medioevo e Rinascimento, generando un'esplosione di creatività unica al mondo per quantità e qualità. Una realtà che oggi pittori illuminati e contemporanei, come Roberto e Rodolfo Guarnieri, possono far rivivere. Con orizzonti ben più vasti della città di Firenze.

Non serve dunque viaggiare molto per ammirare le loro creazioni e respirarne le atmosfere. Chi scrive ha semplicemente visitato la bottega Guarnieri di Lungarno Cellini 39. Ma procediamo per gradi.

I grandi artisti dei secoli passati lavoravano in una società dove i vincoli erano molto più forti di quelli attuali. Linguistici, di contenuto, formali, religiosi, di potere. Eppure hanno creato capolavori imperituri, senza i quali tutto il magmatico movimento sorto dall'Ottocento in avanti, grazie – ma non solo – allo tsunami del Romanticismo, non sarebbe esistito.

E proprio in questi vincoli hanno trovato la loro “politica” dei piccoli grandi passi, immettendo via via nei propri quadri alcune novità, all'apparenza minime, ma certo di rivoluzionaria importanza.

Ricordiamo il bellissimo monologo di Gaber-Luporini del 1974 su “Giotto da Bondone”. Leggiamone alcuni stralci: “Lo vedo che disegna sui sassi (…). E pensa (...) alla possibilità di fare un cielo diverso da come lo dipingevano prima. Rinnovare tutto, e come tutti sanno queste cose si possono fare soltanto elaborando con la logica e il ragionamento (…). Il cielo, si sa, nei quadri di allora è sempre dipinto d’oro, oro zecchino, implacabile e fisso! A Giotto non sembrava tanto giusto, e qui comincia il suo tormento. Studia la duttilità dell’oro per modificarla, per portarla avanti, poi tenta un cielo... e gli viene tutto d’oro. Studia la chimica, le stratificazioni... oro un po’ più chiaro, oro un po’ più scuro, ma sempre oro! Capisce che la chimica non può risolvere il suo problema (…). Poi, gli casca l’occhio sul cielo e fa: 'Boh... a me mi sembra azzurro... Maremma maiala il cielo l'è azzurro!'".

Una rivoluzione. Come quella astronomica di Galileo con il suo 'Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo' del 1632.

I pittori del Medioevo e del Rinascimento fiorentino (e oltre) hanno così acquisito una capacità tecnica, creativa, tematica che non ha eguali ed inventato quel museo a cielo aperto che è Firenze. Quadri, affreschi, ritratti, scene di vita sacra o civile: palazzi, chiese, pareti e case della città del giglio si immergono nel bello.

Il prìncipe (nobile, ecclesiastico, arricchito che fosse) commissionava, pagava e liberava l'artista da ogni preoccupazione terrena. E l'artista incassava, eseguiva e ricambiava con i capolavori che conosciamo. Un rapporto che, mutatis mutandis, oggi si riscontra a questi livelli forse solo nella cinematografia. Eppure, gran parte dell'architettura e dell'urbanistica contemporanea avrebbero bisogno di un ritorno a questo salutare mecenatismo. Specchi, metalli, marmi e altezze da King Kong non bastano al benessere umano, sia esso familiare, civile o lavorativo.

Da qui nasce, tornando all'incipit iniziale, la proposta poetica di Roberto e Rodolfo Guarnieri, maestri fiorentini con opere esposte e create in tutto il mondo. Basta provare a guardarle come sovrapponendo i nostri occhi ai loro.

Occhi, quelli del Guarnieri, che scrutano un'arte che a Firenze non riesce a rinnovarsi, raccolgono i segnali che l'universo Terra manda loro, di nuovi 'prìncipi' illuminati che hanno il desiderio di sostanziare di bellezza i grandi open spaces dell'architettura del Novecento e del Terzo Millennio, magari incarnando qualche idea custodita nel proprio Iperuranio personale in un affresco o in un ciclo di affreschi che, rappresentandola, la vagheggi eterna. O quasi. I nuovi sogni di un'epoca nuova.

Sì, un giro nella loro bottega basterà per rendersi conto di come Roberto e Rodolfo Guarnieri abbiano in mano tutti gli strumenti tecnici, la cultura artistica, il gusto elegante e completo degli artisti del Medioevo e del Rinascimento e abbiano già dimostrato come, sposando il loro estro con le fantasie e le risorse di un nuovo mecenate, si possa rimediare al nichilismo architettonico spesso imperante. E basterà soprattutto a desiderare di saperne e vederne di più.

Né il loro è un mèro contratto. È anche un contratto, ma di quelli che abbinano gli intelletti e, nel vincolo deliberatamente creato dal patto fra il nuovo prìncipe e l'artista, portano ad una nuova cultura estetica di città, palazzi, uffici, musei, stadi, ospedali, di qualunque luogo in cui l'uomo, entrando per lavorare, vivere, curarsi, ricrearsi, può respirare la propria umanità o interiorizzare anche solo una parte di quella altrui, grazie alle opere dei fratelli Guarnieri. Dal loro angolo di Firenze, da questa calda bottega piena di colori, fantasia, cornici, odori, eccentriche visioni della realtà, ci siamo affacciati alle soglie di un nuovo umanesimo.

 

Enrico Zoi

 

 

Le mani, dentro il magma del visibile

 

 

     L’impronta “artigianale” che caratterizza l’opera di Roberto e Rodolfo Guarnieri in apparenza pare diversificarsi nella varia distanza che esiste tra figurazioni della realtà e loro rappresentazione. Il dato naturale (paesaggio, figura umana o vegetale) pare metabolizzato e trasceso, in diversa misura, dall’adozione di un’originalissima tecnica di preparazione ed esecuzione dell’opera: una sorta di affresco in progress applicato sui più diversi supporti, e suscettibile di molteplici, successivi interventi, fino al fissaggio nella versione definitiva.  Nell’abilità del gesto manuale si è sedimentata la grande tradizione delle botteghe artigiane e artistiche fiorentine, in cui la concretezza estrosa del mestiere si unisce  alla capacità di modulare liberamente il materiale, trasferendovi la propria interna percezione.

    La graduale, sapiente manipolazione subita dalla materia (la calce, i pigmenti pittorici, e poi le vernici e le patinature) talvolta rende il dato reale di partenza una sorta di sinopia: l’iniziale mimesi è ancora visibile sullo sfondo, ma ha assunto l’energia plastica, quasi scultorea, del bassorilievo, comunicando una forza espressiva che è vento, corrente, rugosità “magmatica”: elemento dissolutore della forma, che tende a disintegrare in crepe, incisioni, volontari tagli, ma  al tempo stesso anche elemento unificatore dell’opera. Avviene quindi che la delicatezza del dato coloristico e i nitidi contorni della forma reale vengano “induriti” dal lavoro compiuto dagli artisti sopra il supporto; ma la materia modificata acquista una bellezza ugualmente naturale, sprigionando una fortissima attrazione “tattile” che induce a toccare i rilievi delle opere compiute. La stratificata modulazione necessaria alla realizzazione conferisce all’opera un’energia che la sottrae alla banale evidenza dello spunto visivo di partenza, e lo stesso effetto talvolta quasi iperrealistico sprigiona un vigore materico più vicino al manufatto artigianale che all’opera pittorica. Ed in effetti è possibile definire questo peculiare processo creativo come una innovativa commistione tra segno pittorico, con la sua elaborazione coloristica, e il lavoro compiuto sul supporto, che non è lontano dalla tecnica usata per realizzare i bassorilievi e le incisioni, dove è necessaria una maggiore “immersione” nella materia. La preziosità e unicità dei risultati artistici dimostrano come la profonda sapienza del mestiere artigiano si trasferisca spontaneamente nella materia trattata, restituendo una primitiva energia al dato realistico. Nell’opera dei fratelli Guarnieri pare quindi condensarsi con sorprendente evidenza quel processo che collega il gesto manuale e corporeo alla potenza delle forze interne che alimentano il fare artistico. Attraverso il filtro della personale sensibilità, queste forze giungono ad imprimersi nell’opera, incidendo, levigando, corrugando le forme del visibile.

    In taluni casi è possibile descrivere questo processo come una sorta di intensa “regressione”, dove il dato figurativo viene smorzato, scarnificato, talora opacizzato nelle sue linee essenziali. La “fisicità” necessaria per la realizzazione dei lavori tende a riassorbire i contorni delle forme, l’oggettività del dato visivo, nell’informe magmatico dal quale essi invece dovrebbero emergere, attuando quasi una sorta di inversione del processo creativo. In queste opere le raffigurazioni appaiono come sospese sul discrimine tra il dato visibile e la sua perdita, racchiuse in una sintesi nella quale la sedimentazione della materia tende a velare, a nascondere, a reimmergere la forma nel nucleo primordiale da cui era emersa.

     Il gesto delle mani recupera pienamente il retaggio di una tradizione basata sulla solida e insostituibile esperienza del contatto vivo con il materiale, profondamente conosciuto e sapientemente elaborato nelle sue innumerevoli declinazioni espressive. Ma la sensibilità dei due artisti – artigiani, attingendo all’interna inquietudine sperimentale di uomini ben radicati nel proprio tempo, rinnova l’esperienza del passato e la restituisce con la forza di una tecnica divenuta originale strumento tramite il quale avviene un diverso e più fecondo confronto con il reale.

 

 Leonello Rabatti

 

Iguarnieri

 

L'osservanza della tradizione artigiana è programmatica, come un'ideologia professata,  tanto da concretarsi in quel cognome preceduto da un articolo determinativo plurale, i Guarnieri: un nome che si potrebbe definire duale, con il quale amano presentarsi i due fratelli  Roberto e Rodolfo a rendere manifesta la stretta e indissolubile unità del sodalizio, intesa come postulato sul quale fondare l'entità e l'identità della loro operosa bottega. Appunto, identità di bottega, nell'accezione nobile del termine, che vuol dire sedimentata esperienza di esigenze e contingenze di un'attività quotidiana, con tutte quelle prosaiche e minime difficoltà che però alla fine sono le cellule di un tessuto vivo. E che si deve cogliere in filigrana nel prodotto finito, come una garanzia della bontà di  â€œun lavoro condotto a regola d'arte” che si fa apprezzare in quanto “c'è”. Tutto questo comporta amore del proprio mestiere, che a sua volta non è vieta e vuota espressione convenzionale ma significa conoscenza dei materiali e delle tecniche più consone a essi per trasformarli e interpretarli, e anche processo continuo di immedesimazione, nel quale rare soddisfazioni sono ancor più apprezzate in quanto raggiunte a costo di stillicidi giornalieri di fatica e pazienza, e dove stimolante è il rapporto con il committente che saldamente ancora a confronti e problematiche reali e non permette derive pericolose. In tale contesto nascono gli affreschi su supporti mobili - per lo più masselli di legno stagionato; ma largamente impiegate sono anche la “media densità” e il compensato- nei quali, sulla calce graffita e “operata”, tramite la carbonatazione i pigmenti si fissano come smalti, per dare vita a immagini prima incise e poi ribadite a pennello, e ulteriormente definite con interventi a secco e infine fissate da vernici e patinature. E la variegata gamma dei materiali utilizzati, che comprende sia quelli più collaudati che quelli di più recente immissione nel mercato, dà vita a un repertorio figurativo onnicomprensivo - solidi impianti naturalistici sono ben percepibili in trasparenza anche nelle cadenze più prossime a una visione informale -, e che in libertà spregiudicata e con ricca creatività accosta gli onirici mondi di Chagall, alle solarità espressive di Guttuso, le accensioni di van Gogh alle vibrazioni optical, le magie della pittura rupestre paleolitica alle fumettistiche cadenze della Pop Art. e così via. Ma la bellezza è condensata sempre nella tattilità e nella preziosità materica che vengono esaltate dalla compattezza della resa patinata della superficie contrappuntata da incisioni e crettature ricercate. Un effetto accostabile a quello di un corame cinquecentesco è uno dei risultati più riusciti tra quelli suggeriti da questi artisti, che non arrestano il rapporto con la materia al segno, ma lo dichiarano nelle varie fasi di lavorazione sedimentata che alla fine si deve avvertire, ottenuta solo attraverso uno spregiudicato sperimentalismo tecnico, che rivisita e innerva antichi sistemi con materiali nuovi e anche con  procedimenti talvolta eterodossi. Quindi, il rispetto della tradizione artigiana, come si diceva all'inizio, che però non si ottiene semplicemente con l'imbalsamazione di questa. In altri termini, per i Guarnieri, essa deve essere pronta ad aggiornarsi alla luce delle più recenti acquisizioni tecnologiche, deve prestarsi a essere interpretata se vuole mantenersi in vita. Aperta allora a qualsiasi soluzione e alle più disparate analogie, in virtù di una ricerca continua. Ma la vera finalità di tutto quanto resta il controllo della materia, ricercato per esaltare a questa l'intima e più vera individualità. Cennini sì, ma solo per proporne una simile attenta adesione alla facies esecutiva-operativa nella creazione di un'opera, da condursi personalmente finanche nei particolari più umili.  E questo è sempre per  iGuarnieri, il vero segreto del mestiere. Ovvero, la tradizione.

                      

Carlo Cinelli

 

iguarnieri

 

Per i Guarnieri la pittura costituisce, probabilmente, una delle tappe di un percorso ideativo e conoscitivo che ha inizio nel microcosmo di una bottega artigiana che appare simile, per certi aspetti, ad una fucina pervasa da una febbrile fatica manuale, rosa da un "demone tecnico" che si incarna nell'evocazione di un mondo spesso attraversato da un giuoco sottile di corrispondenze. All'interno di questa realtà viene a collocarsi, infatti, un incessante lavoro di sperimentazione e di ricerca di tecniche, materiali, creazioni e rielaborazioni grafiche e pittoriche.Anche il colore, modulato su infinite gamme e scale cromatiche, sembra divenire spazio intuitivo per giungere alla rappresentazione di una realtà che, se non trasfigurata, appare comunque "rivisitata" dall'occhio curioso

dell'artista La dimensione della curiosità e del "gioco", sorretta da una sicura conoscenza delle tecniche e dei materiali, viene, così, non solo ad essere la connotazione più idonea a rappresentare quello che gli artisti vogliono esprimere, ma vale anche a testimoniare questo continuo spirito di "ricerca". Spesso, nei quadri, un solo particolare, ingrandito e dilatato visivamente, rielaborato ed enfatizzato, diviene essenza e testimonianza di un viaggio attraverso il mondo dei "segni".  Si pensi, ad esempio, a certi fiori mutati in caleidoscopiche esplosioni di colore, in magma fluido, in puri rivoli di colore. Anche certi sfondi paesaggistici, seppure consueti, sono reinterpretati e come collocati in atmosfere che sembrano snaturarli e, allo stesso tempo, suggerirne una diversa chiave di lettura: è la sensazione che si prova dinanzi alla skyline di una Manhattan immersa in una luce artificiale, quasi presaga di una storia di là da venire e memore di vagheggiate città illuminate da una moltitudine di "lune elettriche" o a certi volti di donna che, dietro ad una percezione da Pop Art, smaccatamente fumettistica, colpiscono con evidenza tutta particolare. E' una pittura in cui anche i simboli geometrici e le linee, più che suggerire composizioni astratte, divengono fili gettati in avanti, spirali, onde lunghe che sono testimonianza di un mondo in continuo divenire ed attestano un vagabondare incessante attraverso la materia, un eclettismo non di maniera che viene ad essere la vera cifra, il vero segno distintivo dell'arte dei Guarnieri.

 

Paola Fasano

 

iguarnieri

 

Essere fratelli è un bel dono. Talvolta è motivo di discordia, più spesso di affetto e solidarietà. Nei casi più fortunati, è sinonimo di fantasia, creatività, arte. Precedenti illustri sono, proprio nel campo artistico, i fratelli Giovanni e Gerolamo, della dinastia dei Della Robbia, ma anche altre discipline creative hanno trovato, nella fraternità, diretta o indiretta, un'occasione d'oro. Pensiamo al cinema dei fratelli Taviani o, oltre confine, dei Coen, e ricordiamo, seppur su versanti a volte divergenti, il comune sentire musicale dei fratelli Edoardo ed Eugenio Bennato, senza dimenticare i 'paralleli' Arrigo e Camillo Boito nella letteratura.

Ma non divaghiamo. Non ve n'è il tempo né lo spazio. Oggi siamo qui per dire dei fratelli Guarnieri: Roberto (che 'nasce' architetto) e Rodolfo (che 'nasce' maestro d'arte), arredatori, restauratori e splendidi 'manipolatori' del legno (e non solo), con bottega artigiana a Firenze sul Lungarno Cellini, al numero civico 39.

I due Guarnieri, un giorno, cos'hanno fatto? Hanno semplicemente iniziato a guardare con occhio diverso le proprie 'creature' ed a pensare che avrebbero potuto affrontare l'affascinante ed impervia strada della ideazione artistica.

Le basi culturali e poetiche le avevano, le mani e l'estro pure, così il passo non è stato un salto, bensì un transito: direttamente dalle forme dei mobili, degli arredi, degli interni, del design, a quelle dell'arte e della fantasia.

Il risultato primo è stata una felice proliferazione di opere tutte realizzate 'a fresco' direttamente sul legno, diventato, non per magia, certo per una forte tensione spirituale, una superficie colorata intrisa di forme concrete (nudi, biciclette, automobili, panorami fiorentini), con due caratteristiche assolutamente particolari.

La prima è una visibilità futuristica: sono opere in movimento, come una telecamera a mano, come una pennellata che non si dà pace, come un work in progress. Tutto si muove e niente si disperde. L'unità è data da un cromatismo di raro impatto e di agevole abbinamento sia con le scansioni più intime dell'animo umano, sia - senza contraddizioni - con una fruibilità concreta che consente a tali opere di trovare un loro senso tanto nella galleria d'arte quanto nell'arredo di un ambiente domestico.

La seconda caratteristica è che i quadri dei fratelli Guarnieri sono talmente concreti che, per apprezzarli, bisogna toccarli fisicamente con mano, accarezzarli, affrontarli con il tatto, come se fossero l'impronta digitale del loro 'io' più profondo, un 'io' ricco, fertile, doppio. Provare per credere.

 

Enrico Zoi

 

Creation and sale fresco paintings and sculptures